Interview with Photoreporter Annalisa Vandelli

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Had the pleasure to have an interview with Italian Photoreporter and Writer Annalisa Vandelli. We talked about Culture, Theatre, Environment, Africa and so much more…/ Ho avuto il piacere di intervistare la Photoreporter e scrittrice italiana Annalisa Vandelli. Abbiamo parlato di Cultura, Teatro, Ambiente,  Africa e tanto altro…

ITALIAN VERSION

O.M. Photoreporter o scrittrice?                                                                                                                                                    A.V. Cantastorie forse? Mi sento entrambe le cose: sia fotoreporter sia scrittrice. Si tratta di modi di raccontare ma ancor prima di vedere e sentire. L’esito è una traduzione che ha il compito di contaminare e avvincere, ma anche di restituire un tentativo di verità. Nel mezzo e ancor prima sta la formazione dello sguardo, della parola narrativa e dei sensi che la devono cogliere, dei metodi d’intervistare e d’inquadrare. È un lavoro molto articolato che coinvolge non solo la parte intellettuale ma implica un’immersione fisica in realtà spesso molto diverse dal nostro quotidiano.

 

 

O.M. Raccontaci cos’è per te l’Africa.                                                                                                                                            A.V. L’Africa per me è l’estremo che prende corpo. L’Africa che ho conosciuto non è fatta di mezze misure ma di un continuo mettere alla prova: vita|morte; caldo|freddo; luce|buio, ecc. in Africa ho amato molto trascorrere il mio tempo tra i nomadi, e attraverso loro ho acquisito alcune visioni sulla natura, sulla vita e sulla morte che non mi hanno abbandonata più. All’Africa sono grata e debitrice, è stata il mio inizio. Ma all’Africa siamo debitori anche come occidentali e questo dovrebbe esserci più chiaro di quanto non sia. Un continente da depredare, sfruttare, inquinare, da uccidere nei suoi frutti migliori (penso a certi leader come ad esempio Lumumba) o nei suoi vuoti a perdere in un cimitero fluido, il Mediterraneo. L’Africa dunque è una enorme metafora della presa di posizione chiara e di consapevolezza rispetto ad ogni scelta di vita.

 

O.M. Intercultura. E’ una realtà o ancora una sfida in Italia?                                                                                                 A.V. Una sfida avvincente. Rispondo con una fotografia 

intervista annalisa

 

 O.M. Ti sta molto a cuore il tema della Sostenibilità. Come lo declini nella tua quotidianità?                                        A.V. Lo declino male, non come vorrei fino in fondo, perché la mia quotidianità è molto variabile, dipendente dallo spazio, dal luogo in cui mi trovo. E comunque mi guida il principio del non sprecare e del rispetto del creato. E lo declino male a priori: è chiaro che già l’uso di un cellulare, di un auto o di un aereo siano insostenibili… forse la via sta nel cercare una misura accettabile di compromesso… esattamente l’opposto dell’Africa… e queste contraddizioni mi danno molto fastidio ma sono le insidie del nostro secolo veloce.

 

 

O.M. Magnitudo Emilia e il tuo coinvolgimento con le Arti. Quali sono le tappe future del progetto?                         A.V. Coniugare le arti, contaminarle è sempre stata una parte forte del mio percorso. Il messaggio si potenzia se ben orchestrato con mezzi variegati e l’esempio di Magnitudo Emilia è senz’altro calzante. L’ultimo approdo, il teatro, ha dimostrato quanto sia importante che un’opera sia elastica, duttile e disponibile. La vera arte non appartiene a nessuno, nemmeno a chi l’ha creata. È un volo libero che si misura appunto nella libertà di concedersi, prende energia dalla condivisione e quindi anche il pubblico contribuisce alla sua creazione, propagazione e rimodellamento. Così è evidente nel teatro. Perciò le tappe future sono decisamente continuare a portare in giro lo spettacolo anche per il suo portato etico.

 

 

O.M. Descrivi fotograficamente la tua scrivania di lavoro                                                                                                       A.V. La mia scrivania è un tavolaccio da osteria lungo tre metri e largo un metro, di legno di castagno con i piedi a rocchetto. È invasa da computer, telefono, auricolari, libri, penna e fogli, caffè, hard disk, acqua, macchina fotografica e a volte un gatto di nome Lester.

 

 

O.M. Prossimi sogni su cui lavorerai                                                                                                                                            A.V. Li devo ancora sognare con chiarezza, ma sicuramente una riflessione sul mio archivio fotografico che compie sette anni di vita. E altre cose che lentamente si schiariscono ma che ancora nitide non sono.

 


 

ENGLISH VERSION

O.M. Photoreporter or writer?  A.V. Storyteller maybe? I feel both: photojournalist and writer. These are ways to count a story but first of all stories to be seen and heard. The result is a translation that is responsible for contaminating and charm, but also an attempt to restore the truth. In the middle and even before the formation of the gaze, the word fiction and senses that must seize, methods of interviewing and framing. It is a very complex job that involves not only the intellectual part but implies physical immersion in reality often very different from our everyday life.

 

O.M. Tell us what your Africa means to you.  A.V. Africa for me is the extreme that takes shape. Africa I have known is not made of half-measures but it’s a continuous test: life- death; hot-cold; dark- light, etc. In Africa I loved spending my time among the nomads, and through them I acquired some views about nature, about life and death that I have not abandoned anymore. To Africa I am grateful and indebted, it was my beginning. But we are indebted to Africa even as Westerners and this should be clearer than it is. A continent to despoil, exploit, pollute, to kill its best fruit (I think some leaders such as Lumumba) or voids to lose fluid into a graveyard, the Mediterranean. Therefore, Africa is a huge metaphor for the clear stance and awareness than any other lifestyle choice.

 

O.M. Interculture. It is a reality and a challenge in Italy? A.V. A compelling challenge. I reply with this photo

intervista annalisa

 

 O.M. You are very concerned about the issue of sustainability. How do you live it in your everyday life?                  A.V. Hurting point. Not how I wish all the way, because my life is highly variable, dependent on outer space, from where I stand. My guide principle is not wasting and respecting creation. It is clear that the use of a mobile phone, a car or an airplane are unsustainable … maybe the street lies in the search for an acceptable compromise measure … exactly the opposite of Africa … and these contradictions give me much annoyance but are the pitfalls of our century fast.

 

 

O.M. Magnitude Emilia and your involvement with the arts. What are the next steps of the Theatre project?          A.V. Combine the arts, contamination has always been a strong part of my path. The message is enhanced if properly orchestrated with varied resources and Magnitudo Emilia is certainly the example of this. The last landfall (theater) showed how important it is that an artwork is elastic, flexible and available. True art does not belong to anyone, even to those who created it. Is a free flight that is measured in the freedom to indulge, takes energy from the sharing and therefore also the audience contributes to its creation, propagation and remodeling. It is evident at Theatre. Therefore, the next steps are definitely continue to carry around the show also through its ethical concept.

 

 

O.M. Describe photographically your working desk  A.V. My desk is  a ultrarough tables three meters and one meter wide, made by chestnut wood with feet to spool. It is invaded by computer, telephone, headsets, books, pen and paper, coffee, hard drives, water, camera and sometimes a cat named Lester.

 

 

O.M. Next dreams you work on?  A.V. I have yet to dream with clarity, but surely a reflection on my photo archive that celebrates seven years of life. And other things that slowly lighten but which aren’t still clear.

 

 

 

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About Odile Milton

I travel through words whenever possible. Odile Milton is my signature on the web as I wanted an alter ego to indicate only my writings and works, not my personal life. Odile like the dancer in black swan, and Milton from the novel An old-fashioned girl. View all posts by Odile Milton

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